di Gabriele
Bentoglio, CS
Papa Benedetto XVI ha
indetto uno speciale anno giubilare: dal 28 giugno 2008 sino al 29 giugno 2009
Anche a noi, dunque,
si offre l’occasione favorevole per accostare la figura di questo grande
evangelizzatore, delineando soprattutto i tratti del predicatore itinerante,
che fecero di lui un autentico migrante missionario dell’annuncio della novità
cristiana.
In effetti, nell’arco
di circa trent’anni di attività, egli percorse oltre 16 mila chilometri,
calcolando che le fonti documentarie attestano che compì almeno tre grandi
viaggi missionari, il primo di 2 mila chilometri, il secondo di 5 mila e il
terzo di 6 mila, cui si aggiungono altri
Ma il punto di
riferimento decisivo per Paolo è la città di Roma, a motivo della testimonianza
suprema che l’apostolo vi lasciò, cioè il martirio, avvenuto dopo due anni di
prigionia, nel 67 d.C., sotto l’imperatore Nerone.
È stato detto, a
ragione, che “[Paolo] appartiene a tre mondi e a tre culture: ebraica, greca e
romana, e tuttavia emerge da ciascuna di esse con il vigore della sua
individualità, e trova un punto di riferimento soltanto nella persona di
Cristo. (…) Questa comunicazione viva e personale con Cristo gli ha dato la
possibilità di uscire dalle culture alle quali apparteneva senza rinnegarle”
(P. Rossano). Proprio per questa dimensione poliedrica della sua personalità,
egli è la figura meglio conosciuta del Nuovo Testamento, “la più afferrabile”,
come disse R. Bultmann, o “il personaggio più
accessibile”, come scrisse più recentemente G. Barbaglio. Ma per noi, cristiani
dell’ora presente, è la sua apertura universale – che meglio esprimiamo come cattolica
– che ce lo rende particolarmente vicino, dal momento che riconosciamo in lui
lo stimolo e il modello per vivere in pienezza l’incontro e il dialogo,
l’arricchimento e lo scambio, la reciprocità e la vicendevole edificazione, in
un’epoca che favorisce – e talvolta impone – gli spostamenti umani, individuali
e collettivi. A tutti, infatti, Paolo continua ad annunciare il messaggio di
salvezza, anche alle “genti”, cristiane e non cristiane, che non sono più in
terre lontane, ma sono oggi portate qui in mezzo a noi dalle varie forme di
migrazione.
Ovviamente, a noi come
a Paolo, tale sensibilità cattolica e missionaria domanda impegno e costanza,
talvolta persino impopolarità, sacrificio e persecuzione, al punto da sentirci
anche noi “con-crocifissi” con Cristo, magari fino a
dire: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 3,20). Nell’apostolato di Paolo, infatti, non mancarono difficoltà,
che egli affrontò con coraggio per amore di Cristo, incoraggiando anche a noi a
farci, pure in questo, suoi imitatori. Egli stesso ricorda di aver agito “nelle
fatiche… nelle prigionie…
nelle percosse… spesso in pericolo di morte...: tre
volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre
volte ho fatto naufragio...; viaggi innumerevoli, pericoli dai fiumi, pericoli
di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli
nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da falsi
fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti
digiuni, freddo e nudità; e oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la
preoccupazione per tutte le Chiese” (2Cor 11,23-28).
Dunque, egli ebbe una
vita da itinerante, che a giusto titolo gli valse l’appellativo di “apostolo
delle genti” (cf. Rm
1,5; 11,13; 15,15-18; Gal 1,15-16; 2,2.8.9), proprio perché la vocazione
missionaria di annunciare il Vangelo lo spinse a farsi migrante in mezzo a
popoli di diversa lingua, tradizione culturale, credo religioso e modo di vita.
Tra l’altro, dove non riuscì ad arrivare di persona si fece comunque presente
inviando lettere o fidati collaboratori alle comunità cristiane, che con
straordinaria rapidità e grande fervore dappertutto nascevano e si fortificavano.
Con la predicazione
diretta e orale oppure con argomentazioni ed esortazioni scritte, Paolo sapeva
di dover rispondere ad una specifica vocazione missionaria: Gesù Cristo, che lo
aveva abbagliato sulla via di Damasco rivelandosi come Signore Risorto e identificandosi
con