Paolo di Tarso, migrante missionario

di  Gabriele Bentoglio, CS

 

 

Papa Benedetto XVI ha indetto uno speciale anno giubilare: dal 28 giugno 2008 sino al 29 giugno 2009 la Chiesa cattolica celebrerà il bimillenario della nascita di san Paolo, collocata dagli storici tra il 7 e il 10 dopo Cristo.

Anche a noi, dunque, si offre l’occasione favorevole per accostare la figura di questo grande evangelizzatore, delineando soprattutto i tratti del predicatore itinerante, che fecero di lui un autentico migrante missionario dell’annuncio della novità cristiana.

In effetti, nell’arco di circa trent’anni di attività, egli percorse oltre 16 mila chilometri, calcolando che le fonti documentarie attestano che compì almeno tre grandi viaggi missionari, il primo di 2 mila chilometri, il secondo di 5 mila e il terzo di 6 mila, cui si aggiungono altri 3.500 chilometri per giungere da Cesarea Marittima fino a Roma. Da Damasco all’Arabia (forse con riferimento alle regioni nabatee, secondo Gal 1,17) e ad Antiochia, da Tarso a Gerusalemme, dalle province dell’Anatolia alle città della Grecia, dalle isole del Mediterraneo all’Italia: tutta una geografia della proclamazione dell’annuncio di salvezza (il kerygma), che ancora oggi, quando leggiamo gli scritti del Nuovo Testamento, riecheggia villaggi rurali, quartieri cittadini o grandi insediamenti urbani come Antiochia sull’Oronte, Seleucia, Iconio, Listra, Derbe, Antiochia di Pisidia, Efeso, Mileto, Antalia, Perge, Troade e poi Corinto, Filippi, Tessalonica, Atene, Cipro e Malta solo per nominare alcune delle località più note nelle quali Paolo si recò come testimone di Cristo. Nella lettera ai Romani compare persino il progetto di raggiungere la Spagna, intendendo cioè i confini occidentali della terra allora conosciuta (cf. Rm 15,24.28). Punto di partenza per i suoi viaggi fu la comunità cristiana di Antiochia di Siria, dove per la prima volta la buona notizia dell’incarnazione, morte e risurrezione di Gesù fu annunciata a persone che non appartenevano alla cultura giudaica, ma agli stranieri di quella città, dove tra l’altro venne anche coniato il nome di “cristiani”, cioè di credenti in Cristo (cf. At 11,20.26).

Ma il punto di riferimento decisivo per Paolo è la città di Roma, a motivo della testimonianza suprema che l’apostolo vi lasciò, cioè il martirio, avvenuto dopo due anni di prigionia, nel 67 d.C., sotto l’imperatore Nerone.

È stato detto, a ragione, che “[Paolo] appartiene a tre mondi e a tre culture: ebraica, greca e romana, e tuttavia emerge da ciascuna di esse con il vigore della sua individualità, e trova un punto di riferimento soltanto nella persona di Cristo. (…) Questa comunicazione viva e personale con Cristo gli ha dato la possibilità di uscire dalle culture alle quali apparteneva senza rinnegarle” (P. Rossano). Proprio per questa dimensione poliedrica della sua personalità, egli è la figura meglio conosciuta del Nuovo Testamento, “la più afferrabile”, come disse R. Bultmann, o “il personaggio più accessibile”, come scrisse più recentemente G. Barbaglio. Ma per noi, cristiani dell’ora presente, è la sua apertura universale – che meglio esprimiamo come cattolica – che ce lo rende particolarmente vicino, dal momento che riconosciamo in lui lo stimolo e il modello per vivere in pienezza l’incontro e il dialogo, l’arricchimento e lo scambio, la reciprocità e la vicendevole edificazione, in un’epoca che favorisce – e talvolta impone – gli spostamenti umani, individuali e collettivi. A tutti, infatti, Paolo continua ad annunciare il messaggio di salvezza, anche alle “genti”, cristiane e non cristiane, che non sono più in terre lontane, ma sono oggi portate qui in mezzo a noi dalle varie forme di migrazione.

Ovviamente, a noi come a Paolo, tale sensibilità cattolica e missionaria domanda impegno e costanza, talvolta persino impopolarità, sacrificio e persecuzione, al punto da sentirci anche noi “con-crocifissi” con Cristo, magari fino a dire: “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 3,20). Nell’apostolato di Paolo, infatti, non mancarono difficoltà, che egli affrontò con coraggio per amore di Cristo, incoraggiando anche a noi a farci, pure in questo, suoi imitatori. Egli stesso ricorda di aver agito “nelle fatiche… nelle prigionie… nelle percosse… spesso in pericolo di morte...: tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio...; viaggi innumerevoli, pericoli dai fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità; e oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese” (2Cor 11,23-28).

Dunque, egli ebbe una vita da itinerante, che a giusto titolo gli valse l’appellativo di “apostolo delle genti” (cf. Rm 1,5; 11,13; 15,15-18; Gal 1,15-16; 2,2.8.9), proprio perché la vocazione missionaria di annunciare il Vangelo lo spinse a farsi migrante in mezzo a popoli di diversa lingua, tradizione culturale, credo religioso e modo di vita. Tra l’altro, dove non riuscì ad arrivare di persona si fece comunque presente inviando lettere o fidati collaboratori alle comunità cristiane, che con straordinaria rapidità e grande fervore dappertutto nascevano e si fortificavano.

Con la predicazione diretta e orale oppure con argomentazioni ed esortazioni scritte, Paolo sapeva di dover rispondere ad una specifica vocazione missionaria: Gesù Cristo, che lo aveva abbagliato sulla via di Damasco rivelandosi come Signore Risorto e identificandosi con la Chiesa nascente e perseguitata, lo aveva “ghermito” (Fil 3,12) per inviarlo ad un’attività a dimensione universale: “Ti manderò lontano, tra i pagani” (At 22,21). Ed egli, pur di “guadagnarne il maggior numero a Cristo” (1Cor 9,19) poté dire: “mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno” (1Cor 9,17) e, potremmo aggiungere, si fece pure straniero e migrante per annunciare a tutti l’amore salvifico del Padre, “Abbà” (Rm 8,15; Gal 4,6).