LETTERA
DEL CONSIGLIO EPISCOPALE PERMANENTE
ALLE COMUNITÀ CRISTIANE SU MIGRAZIONI E PASTORALE D’INSIEME
«Chi non temerà, o
Signore, e non glorificherà il tuo nome?
Poiché tu solo sei santo.
Tutte le genti verranno e si prostreranno davanti a te,
perché i tuoi giusti giudizi si sono manifestati» (Ap 15,4)
L’orizzonte missionario delle migrazioni
La necessità di una pastorale d’insieme
Sorelle e fratelli nel Signore!
1. Ci rivolgiamo a voi, nella forma confidenziale di una lettera, per
richiamare una verità fondamentale: il Vangelo, accolto da noi come Parola di
vita, è messo nelle nostre mani perché ne diventiamo testimoni e annunciatori
verso tutti coloro che il Signore pone sul nostro cammino. Oggi, sospinti da
molteplici cause, spesso profughi o in fuga dalla fame e dall’indigenza, per
vie non di rado avventurose e drammatiche continuano a giungere tra noi
migranti da ogni continente: anch’essi, come ogni uomo e donna della terra,
sono destinatari del Vangelo. Il Signore conta su di noi, perché giunga a loro,
come a fratelli e sorelle carissimi, la bella notizia della salvezza.
Desideriamo anzitutto
ringraziare e incoraggiare quanti a livello nazionale, regionale, diocesano e
parrocchiale si stanno da tempo prodigando perché il Vangelo sia presentato
agli immigrati, mediante la testimonianza della carità e le varie forme di
promozione umana e con l’annuncio diretto a chi non l’ha ancora conosciuto o a
chi, anche a causa delle vicende migratorie, rischia di perderne la memoria.
In questi anni si sono
moltiplicate le letture del fenomeno migratorio, con sensibilità e mentalità
diverse, con varietà di reazioni e valutazioni; tanti infatti sono i problemi,
complessi e scottanti, ad esso collegati. Con il coraggio della fede e
l’audacia della carità, vogliamo riconoscere che l’intenso e multiforme migrare
di così tante persone è in primo luogo per le nostre comunità un vero areopago
di evangelizzazione. Ogni cristiano non può non riconoscervi
un’occasione provvidenziale per sentirsi confermato e rinnovato nel proprio
credere, se è vero che «la fede si rafforza donandola» (Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, n. . Il Signore Gesù
ha voluto identificarsi con questi nostri fratelli e sorelle: «Ero forestiero e
mi avete ospitato» (Mt 25,35). Dobbiamo riscoprire tutta la responsabilità di questa
prospettiva esaltante, capace di inondarci di luce interiore, per riconoscere
fin d’ora il Cristo nel volto non sempre trasfigurato, spesso anzi sfigurato,
dello straniero.
La recente Nota pastorale
dell’Episcopato italiano Il volto
missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, richiamando il n. 58
degli orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il primo decennio del
Duemila Comunicare il Vangelo in un mondo
che cambia, ha riproposto all’attenzione delle nostre Chiese il tema delle
migrazioni e ha individuato nelle migrazioni un vero kairòs, un fattore
qualificante di rinnovamento per la parrocchia, se questa saprà valorizzare e
sviluppare nei confronti dei migranti «le potenzialità missionarie già
presenti, anche se spesso in forma latente, nella pastorale ordinaria» (n. 5).
Tra i mutamenti in atto, infatti, occorre prestare particolare attenzione alla
crescente presenza in Italia di tanti stranieri, con evidenti risvolti sociali,
economici, culturali ed anche religiosi. Nei loro confronti la comunità
ecclesiale italiana, fedele al Vangelo della carità, ha svolto con generosità un
ruolo attivo e solidale nell’accoglienza, maturando nel contempo una
progressiva consapevolezza che l’attenzione ai migranti configura un capitolo
nuovo, sostanzialmente inedito, dell’impegno missionario, aprendo spazi inediti
per mostrare come al centro del Vangelo della carità ci sia la carità del
Vangelo.
Inserita nella pastorale ordinaria,
che coinvolge parrocchie, organismi e gruppi ecclesiali e di ispirazione
cristiana, la pastorale per i migranti tende a configurarsi come una pastorale
d’insieme di ampio respiro missionario. Questa prospettiva, è stata
approfondita in un Convegno svolto a Castelgandolfo (25-28 febbraio 2003) sul
tema “Tutte le genti verranno a Te”. Le indicazioni finali di quel Convegno,
preparato unitariamente da più organismi e uffici pastorali, sono state oggetto
di riflessione nel Consiglio Episcopale Permanente e vengono ora riproposte in
questa Lettera.
L’orizzonte
missionario delle migrazioni
2. In questi
anni, abbiamo affermato che «la missione ad
gentes non è soltanto il punto conclusivo dell’impegno pastorale, ma il suo
costante orizzonte e il suo paradigma per eccellenza» (Conferenza Episcopale
Italiana, Comunicare il Vangelo in un
mondo che cambia, n. 32). Si tratta di una “conversione pastorale” della quale siamo
convinti, anche se nelle nostre comunità c’è ancora molto da fare perché essa
sia meno declamata e più realizzata.
Per poter collocare dentro
questo orizzonte anche il mondo delle migrazioni, si richiede che queste siano
avvertite come risorsa provvidenziale di missionarietà. La presenza straniera
in Italia, infatti, rappresenta uno
specifico e sempre più rilevante campo d’azione per l’opera di
evangelizzazione, intesa nel senso più ampio, a partire dalla stessa missio ad gentes. Diverse realtà
ecclesiali hanno saputo proporre in questi anni una vasta gamma di interventi
assistenziali, promozionali e formativi, che solo la “fantasia della carità”
poteva pensare; non di rado anche con gesti e parole profetici.
Nel contesto di questa
esperienza, nelle nostre Chiese, si è andata sempre più radicando la
consapevolezza che l’evangelizzazione promuove l’uomo nella sua interezza e che
questa promozione della persona umana rappresenta di per sé una significativa
azione evangelizzatrice; anzi è già, benché non in modo pieno,
evangelizzazione. Con il passare degli anni, però, si è fatta anche sempre più
avvertita ed esplicita la necessità di prestare attenzione alle istanze
religiose che il migrante, in forma più o meno consapevole, porta con sé. Si è
così intensificata nei loro confronti e nei confronti dei rispettivi gruppi
etnici di provenienza un’opera di evangelizzazione diretta, risultata peraltro
più credibile ed efficace grazie alla prosecuzione delle iniziative sociali,
caritative, di promozione umana, culturale e spirituale realizzate in loro
favore.
Pur constatando che, per grazia
di Dio, tante sono le forze mobilitate su questo fronte, riteniamo urgente che
la comunità cristiana prenda coscienza e senta come propria la sollecitudine
per questa nuova missione che la interpella: «Nessun credente in Cristo,
nessuna istituzione della Chiesa può sottrarsi a questo dovere supremo:
annunziare Cristo a tutti i popoli» (Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, n. 3). Liberandosi da ogni atteggiamento di
delega a pochi addetti ai lavori, tutti i fedeli cristiani devono sentirsi
chiamati a essere Chiesa missionaria. Infatti, quelli che un tempo erano
geograficamente lontani oggi sono divenuti vicini, stanno in mezzo a noi, e
chiedono ragione della fede che ci è stata donata.
Sarà, inoltre, la stessa Chiesa
a trarre giovamento dal contatto con i migranti, se si lascerà interrogare e
provocare a continua conversione. I grandi problemi suscitati dalle migrazioni,
infatti, toccano aspetti essenziali della vita cristiana, in primo luogo la
carità, sotto forma di accoglienza, giustizia, convivialità, riconciliazione,
perdono, ecc.; ma toccano pure l’annuncio, l’ascolto, il dialogo. In questa
prospettiva i credenti e le comunità cristiane potranno percepire,
nell’abbondante messe delle migrazioni, una nuova primavera per essere Chiesa
missionaria.
Sarebbe tuttavia ingenuo
attendersi che tale novità venga assunta in modo spontaneo, quasi che un
rinnovato impegno missionario possa nascere senza una base di adeguata
consapevolezza. Occorre sensibilizzare e accompagnare i credenti affinché
attraverso questa nuova opportunità diventino discepoli e apostoli insieme.
3.Alcune recenti rilevazioni statistiche mostrano che dal
punto di vista religioso i migranti, giunti ormai in Italia a quasi tre
milioni, possono essere raggruppati in tre tipologie: circa la metà sono non
cristiani; l’altra metà è suddivisa in parti pressoché uguali tra cattolici e
non cattolici. Verso un numero consistente di
migranti residenti in Italia, «quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il
Signore Dio nostro» (At 2,39), siamo debitori del primo annuncio del Vangelo e
di una testimonianza coerente di vita. Il Signore, infatti, vive nel cuore di
ogni persona creata a sua immagine e alimenta l’inquietudine che tende alla
ricerca di lui, anche in modo inconsapevole.
Abbiamo il dovere di dare un
volto a questo desiderio di pienezza di vita che anima ogni uomo e ogni donna,
quel volto che ha i lineamenti di Gesù Cristo, il salvatore di tutti. Il
dialogo interreligioso resta un dovere che scaturisce dalla nostra stessa fede
ed è strumento decisivo anche per una serena convivenza civile, oltre che
testimonianza importante della trascendenza; esso però non è alternativo
all’annuncio. Questo, rifuggendo le forme del proselitismo, resta un dovere
fondamentale di ogni cristiano, mandato per comunicare a tutti il bene prezioso
della fede in Cristo che ha ricevuto.
Uno spazio concreto di esercizio del
cammino ecumenico, che sollecita gesti concreti di fraterna accoglienza, ci è
offerto dal numero rilevante tra gli immigrati di cristiani non cattolici. Tra loro si fa
sempre più consistente, in termini assoluti e percentuali, la presenza degli
ortodossi, provenienti soprattutto dai paesi dell’Est. La comunione di fede e
di esperienze esistenziali è facilitata nei loro riguardi dalla condivisione di
radici culturali comuni e dal riconoscimento della presenza tra loro di
essenziali elementi di santificazione e di verità. Su questa base va fatto
crescere il dialogo e la fraternità, aiutando queste comunità nell’esercizio
della loro vita di fede, approfondendo la reciproca conoscenza, cercando
momenti di comune lode del Signore Gesù.
Sempre più considerevole in
questi ultimi anni è divenuto anche il numero dei migranti che professano la
fede cattolica. Parte di loro sembra ancora “gregge senza pastore”; altri sono
già inseriti nelle parrocchie e le arricchiscono con la bellezza e varietà
delle espressioni di fede dei loro paesi d’origine; altri, infine, hanno
possibilità di usufruire del servizio religioso nei centri pastorali etnici a
loro dedicati. Si tratta di una provvidenziale opportunità offerta a questi
cattolici stranieri, i quali, pur avendo conservato o recuperato in Italia la
vivacità della loro fede, hanno bisogno di un’attenta cura pastorale, che tenga
conto di specifiche esigenze di lingua, cultura e tradizione. Occorre poi non
ignorare le difficoltà conseguenti ai traumi che accompagnano la vicenda
migratoria, le tentazioni secolarizzanti della nostra società e le suggestioni
esercitate dal proselitismo militante delle sètte e dei nuovi movimenti
religiosi. Tanti, inoltre, si presentano bisognosi di “rievangelizzazione” o di
una “nuova evangelizzazione”; benché infatti non sia del tutto cancellato in
loro un autentico sentimento religioso cristiano e un certo senso di
appartenenza alla Chiesa, non hanno però potuto godere nel loro Paese di
origine di un accompagnamento capace di condurli a una vera e matura esperienza
di fede.
Si apre dunque per le nostre comunità
e per i singoli credenti un nuovo campo d’azione in nome del Vangelo, una messe
abbondante che proprio per la sua vastità e varietà richiede una profonda
comunione e sintonia spirituale, una convergenza di intenti e di azioni, così
da poter tradurre sempre più in atto, anche nell’ambito delle migrazioni, una
vera pastorale d’insieme. Si tratta di condividere una duplice responsabilità:
offrire il primo annuncio a coloro che non hanno ancora incontrato Cristo e
confermare nella fede quelli che dalla loro condizione di migranti possono
ricevere un pregiudizio nell’esercizio della sua sequela. Questo dovrà avvenire
mediante un’azione pastorale organica, che si preoccupi di trovare forme
adeguate alle diverse culture nel trasmettere la fede e nel sostenerla; ma
dovrà sempre poter far affidamento su una testimonianza, quale quella
mirabilmente descritta nell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, così che la vita delle nostre comunità faccia
«salire nel cuore... domande irresistibili: perché sono così? perché vivono in
tal modo? che cosa o chi li ispira? perché sono in mezzo a noi?» (Paolo VI,
Evangelii nuntiandi, n. 21).
La prevalente attenzione all’immigrazione non deve, infine, farci trascurare le
altre forme di mobilità che interessano molte diocesi, come il protrarsi degli
spostamenti degli stessi italiani dal Sud al Nord del Paese e la persistente
massiccia presenza di emigrati italiani, soprattutto nell’area europea. Né vanno dimenticati
gli altri fenomeni che chiedono specifica attenzione pastorale, come i nomadi,
i marinai, i circensi, i lunaparkisti, ecc. Anche per loro valgono gli stessi
interrogativi e le stesse urgenze intorno al primato dell’evangelizzazione.
La necessità di una
Pastorale d’insieme
Nei confronti delle molteplici
problematiche connesse al fenomeno delle migrazioni abbiamo assistito con
soddisfazione, in questi anni, alla crescita di assunzione di responsabilità da
parte di numerosi soggetti ecclesiali. Ognuno di loro si è mosso con
generosità in coerenza con la propria identità, realizzando una sorprendente
varietà di iniziative, con esiti che sono stati più efficaci quanto maggiore è
stata l’intesa e la collaborazione tra uffici, servizi e organismi, come si è
potuto rilevare e apprezzare nel Convegno di Castelgandolfo. Come vescovi,
desideriamo incoraggiare singoli fedeli e aggregazioni ecclesiali a mettersi a
servizio di una effettiva pastorale d’insieme, avviandola là dove non è ancora
in atto, consolidandola se già operante.
Ci sollecita a sollecitare
questa convergenza di intenti e di attività la convinzione che, se
l’evangelizzazione dei migranti ha come sua finalità la comunione di tutti i
popoli nell’unica famiglia di Dio, il lavorare assieme è già segno ed
esperienza di quello che annunciamo, così come la mancanza o la scarsità di
comunione tra i protagonisti dell’evangelizzazione costituisce impedimento alla
comunicazione del Vangelo.
La pastorale d’insieme nel
settore delle migrazioni comporta, come è ovvio, coordinamento, sinergia e
armonizzazione, ma non compromette l’autonomia e gli spazi operativi delle
singole realtà che vi convergono. La comunione non annulla la diversità e
chiama tutti a vivere il proprio impegno da veri protagonisti ma non
isolatamente-
5. I campi di applicazione della
pastorale d’insieme nel settore delle migrazioni sono quelli della vita
quotidiana delle nostre comunità: annuncio, catecumenato, catechesi, liturgia,
carità, pastorale familiare, giovanile, scolastica, vocazionale, missionaria,
ecumenica, del lavoro, del tempo libero, della salute, della comunicazione e
della cultura. Ciascuno di questi ambiti fa riferimento a uno specifico ufficio
od organismo diocesano, ma comporta inevitabili e provvidenziali punti di
contatto con altri servizi, offrendo opportunità per programmi articolati e
integrati.
Le indicazioni che seguono sono esemplificative di quanto
in ciascuna diocesi potrà essere più concretamente programmato.
a) Cura pastorale
dei migranti cattolici. È coordinata dal direttore diocesano della
Migrantes, con la collaborazione dei cappellani, dei coordinatori nazionali della
pastorale etnica, e soprattutto dei parroci nel cui territorio parrocchiale
sono presenti migranti cattolici e centri pastorali per singole etnie o
nazionalità. Pur attuando un’azione pastorale specifica per questi gruppi di
cattolici, occorre evitare che essi divengano realtà chiuse e favorire un
contatto organico con la realtà parrocchiale.
b) Dialogo
ecumenico. Richiede una specifica cura pastorale a motivo della crescente
presenza di cristiani non cattolici fra gli immigrati e coinvolge la responsabilità
di organismi diocesani nella celebrazione della settimana di preghiera per
l’unità dei cristiani, nel rapporto con gli operatori pastorali di questi
gruppi di fedeli, nella concessione di luoghi di culto per le loro esigenze
liturgiche, ecc.
c) Missione ad gentes nelle nostre Chiese. Per essa
abbiamo espresso un chiaro e incisivo richiamo nei nostri orientamenti
pastorali per questo decennio: «Dobbiamo affrontare un capitolo sostanzialmente
inedito del compito missionario: quello dell’evangelizzazione di persone
condotte tra noi dalle migrazioni in atto. Ci è chiesto in un certo senso di
compiere la missione ad gentes qui nelle nostre terre… in modo che li raggiunga
la benedizione di Dio promessa ad Abramo per tutte le genti (cfr Gen 12,3)»
(Conferenza Episcopale Italiana, Comunicare
il Vangelo in un mondo che cambia, n. 58).
Rientrano in questa
missione evangelizzatrice anche le varie forme di dialogo interreligioso con i
non cristiani, quanto si riferisce ai loro luoghi di incontro e di culto, agli incontri
sul modello di quelli promossi dal Santo Padre in Assisi, ai matrimoni misti.
Resta primario il compito di un annuncio diretto, convinto e pronto del
Vangelo, «con dolcezza e rispetto» (1Pt 3,15). Un compito così ampio interpella
in primo luogo sia il servizio per il catecumenato che l’ufficio e il centro
missionario della diocesi, ma pure altre forze ecclesiali, come sacerdoti fidei donum, religiosi, religiose e
laici con esperienza di missione.
d) Carità e promozione umana.
Molti immigrati hanno sperimentato un primo contatto con la comunità ecclesiale
grazie al calore di rapporti umani e a iniziative di solidarietà, promosse da
centri di accoglienza, da caritas parrocchiali e diocesane, da gruppi di
volontari evangelicamente motivati. Queste forze vive, capillarmente presenti
nelle nostre Chiese locali, debitamente formate e sensibilizzate anche sul
piano missionario, possono risultare efficaci strumenti di evangelizzazione, se
riescono a far emergere le ragioni di fede che sostengono nel loro cuore il
gesto della carità.
e) Pastorale familiare. Dovrà dedicare particolare attenzione alle famiglie degli immigrati, coinvolgendo anche altre istituzioni, come i centri per la vita e i consultori familiari. Sarà utile inoltre il collegamento con chi può interessarsi dei ricongiungimenti familiari, del problema abitativo, degli asili nido, delle scuole materne e delle varie forme di assistenza sociale. Si tratta di includere anche agli immigrati tra i beneficiari di un compito oggi sempre più urgente nella nostra società: il sostegno alla famiglia e alla sua precisa identità nel progetto di Dio.
f) Minori e
giovani. Parrocchie, gruppi culturali, sportivi e di solidarietà, oratori,
scuole e ogni altro ambiente dove possono incontrarsi i giovani, registrano un
rapido aumento della presenza di ragazzi e ragazze stranieri, anche di seconda
generazione. Diverse diocesi sono impegnate pure nel sostegno a universitari
stranieri. Va poi tenuto presente che nella scuola pubblica molti alunni non
cristiani si avvalgono, per libera scelta, dell’insegnamento della religione
cattolica. È tutto un ambito di lavoro che non sollecita soltanto gli addetti
alla pastorale giovanile, ma incrocia le responsabilità di tutta la comunità
cristiana, che nei giovani riconosce il campo della futura primavera della
fede.
g) Lavoratori.
Gli operatori di pastorale del lavoro, le associazioni professionali cristiane
e i vari patronati hanno molte opportunità per tutelare i lavoratori immigrati
che, a motivo della loro situazione precaria, spesso accettano occupazioni
umili e poco gratificanti, e non poche volte sono costretti a subire forme
svariate di sfruttamento, con pregiudizio della salute, dell’unità familiare e
del cammino d’integrazione. Occorre inoltre predisporre iniziative per qualificare
questi lavoratori e aiutarne l’assunzione di responsabilità, in particolare
favorendo la loro formazione anche professionale e coinvolgendoli, insieme ai
lavoratori italiani, nella salvaguardia dei propri diritti e nelle iniziative
per l’evangelizzazione del mondo del lavoro.
h) Altre
situazioni. È difficile anche solo elencare gli ambiti socio-pastorali nei
quali è attiva la presenza della Chiesa; ne esemplifichiamo i più comuni e
diffusi: visita e assistenza agli stranieri negli ospedali e nelle carceri,
scuole di alfabetizzazione e di cultura italiana, approccio alla pubblica
amministrazione, interventi contro la tratta delle donne straniere e lotta al
razzismo e all’intolleranza. Meritano di essere citate altresì le molteplici
iniziative volte a favorire l’integrazione e l’accoglienza degli immigrati,
come, ad esempio, le “feste dei popoli”, le celebrazioni con il vescovo in
cattedrale nella solennità dell’Epifania o di Pentecoste,la promozione dell’associazionismo
etnico e misto. Ricordiamo altresì il contributo dato da organismi e
aggregazioni ecclesiali alla elaborazione di normative ispirate al senso civico
e solidaristico, la partecipazione agli organismi di rappresentanza come le
consulte e i consigli territoriali per l’immigrazione; l’aggiornamento dei dati
riguardanti la presenza di immigrati sul territorio e la loro appartenenza
religiosa, il sostegno ai tanti programmi di cooperazione internazionale.
Impegno comune è anche la celebrazione annuale della giornata nazionale delle
migrazioni.
Di fronte a questa
molteplicità di ambiti e iniziative pastorali, di forze ecclesiali già
impegnate o chiamate a crescere nell’assunzione di responsabilità, il Convegno
di Castelgandolfo ha proposto alle Chiese che sono in Italia l’opportunità di
instaurare o consolidare forme di coordinamento, agile e snello, ma stabile e
riconosciuto. È auspicabile che esso sia istituito in ogni diocesi, ma potrà
anche avere carattere interdiocesano o interparrocchiale e denominarsi
segretariato o commissione. Tuttavia è di fondamentale importanza la
designazione di un responsabile, che può essere o il titolare di un ufficio di
Curia o un vicario episcopale. Con atteggiamenti di coinvolgimento e di
valorizzazione di tutti i soggetti, egli provvederà a tessere una rete di
presenze evangelizzanti della Chiesa a favore degli uomini e delle donne che da
paesi lontani e con situazioni religiose diverse sono giunti tra noi.
6. Carissimi
nel Signore, vi abbiamo manifestato il nostro pensiero sulle urgenze pastorali
connesse con il fenomeno delle migrazioni, invitandovi a guardare le persone
degli immigrati, fratelli nella fede e nell’umanità, che ci interpellano
chiedendo una parola di speranza e di verità oltre che un cuore accogliente. Le nostre Chiese,
che non hanno mai ignorato questa attesa, devono sapere offrire loro Cristo
salvatore, attraverso un’organica azione pastorale, sussidiata da strutture e
strumenti appositamente predisposti. Infatti il cammino missionario delle
nostre comunità, già così attivo su tanti fronti, potrà così arricchirsi di
questo particolare dono che, grazie alla varietà dei popoli che oggi vivono nel
nostro Paese, ci permette di rispondere con gioia all’invito dello Spirito a
condividere con tutti gli uomini la nostra fede che «Gesù è il Signore!» (Rm
10,9).
Mentre incoraggiamo a
perseverare quanti già operano in questo settore di frontiera, invitiamo tutti
gli operatori pastorali a farsi compagni di viaggio dei migranti, memori della
parola del Signore: «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di
questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40), e al tempo
stesso convinti che anche nei loro riguardi vale il mandato apostolico: «Andate
dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del
Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho
comandato» (Mt 28,19-20). Ci sostiene la certezza della parola che Gesù subito
dopo aggiunge: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»
(Mt 28,20).
Maria santissima, “Madonna del
cammino”, ci ottenga dal Padre disponibilità all’accoglienza e al dialogo e
spirito di servizio, perché possiamo offrire a quanti incontriamo sul nostro
cammino l’esperienza unica del suo Amore, che salva e rende tutti un solo
popolo in Cristo Gesù.
Roma, 21 novembre 2004
Solennità di N.S. Gesù Cristo Re dell’universo
91a Giornata nazionale per le migrazioni
Il Consiglio Permanente
della Conferenza Episcopale Italiana